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prime visioni dvd

10.9.07

American Beauty

Usa. 1999. Commedia. "2h o1.

Regia: Sam Mendes
Cast: Kevin Spacey, Annette Bening, Thora Birch, Wes Bentley, Mena SUvari, Chris Cooper, Peter Gallagher...
Produzione: Dreamworks






































La bellezza. In ogni cosa.
Quella busta. O semplicemente la voce di Spacey , o ancora la sua espressione così rassicurante. Non so precisamente perchè American Beauty sia uno dei film che più mi ha lasciato un senso di vuoto.

E' complicato descrivere qualcosa di molto bello, ti sembra sempre di rovinarla o di dare un'impressione negativa o poco esauriente. Non mi va sinceramente di dare una spiegazione tecnica di questo film, non ne sono capace. Assolutamente.
Ma è importante capire che le inquadrature ti tolgono la parola, i colori, su tutti il rosso, sono protagonisti in un modo ossessivo, la descrizione di questa disperata vita americana toglie un pò le forze. E quando Lester apre bocca, vorreste che non smettesse mai di parlare, di raccontare e di spiegarvi come va veramente la vita, cosa si deve inseguire, in che modo, come lasciarsi dietro tutto quello che non serve, che rende morti.
Tutto intorno rimane calmo, sopito, come quei viali alberati, il vento, i quartieri residenziali; tutto immobile mentre una famiglia si sfalda e prende coscienza di quello che non è mai diventata e che forse, dentro, avrebbe voluto.
Fulcro e impianto del film, manco a dirlo, Kevin Spacey, che aggiunge uno splendore inarrivabile a questo film.

Incredibile.

La verginità. Il fallimento. I valori. La calma. Gli impulsi. L'ordine. La follia. La perfezione. Mille elementi assieme. Mille sensazioni nel vedere questo film.
Tanto di cappello a Sam Mandes (alla prima prova cinematografica), che ha tra l'altro una discreta esperienza teatrale, e utilizza delle inquadrature che offrono una percezione dello spazio un pò diversa dal solito, coinvolgendo attore e situazione, dando una sensazione di totalità alla scena.
American Beauty è claustrofobico, irritante a tratti, senza fine, senza via d'uscita, quasi il contrario di "America Oggi" di Altman che offriva comunque un'ancora di salvezza, una piccola speranza. Al contrario qui invece quasi si sottolinea l'impossibilità di poter cambiare la propria vita o più semplicemente viene esasperato il senso del tempo, che per qualcuno va troppo veloce.

Importante, anzi fondamentale parlare della colonna sonora che fa storia a se dentro queste meravigliose due ore; Thomas Newman compone al pianoforte il tema principale di tutto il film e questo vi assicuro, può bastare. Indescrivibile il pezzo ormai famosissimo della busta trasportata dal vento.

Quello che rimane alla fine è che tutto è diverso da quello che succede a Lester -forse-. Noi abbiamo una via d'uscita, è giusto però che in American Beauty questa non ci fosse.

Perfetto.

24.3.07

Uno su Due


Italia, 2006, Drammatico, 100min.
Cast: Fabio Volo, Anita Caprioli, Ninetto Davoli, Giuseppe Battiston, Tresy Taddei, Agostina Belli, Paolo Rota, Francesco Crescimone, Pino Calabrese
Regia: Eugenio Cappuccio
















Fabio Volo mi tiene sveglio, appassionato, malinconico, sorridente; tutto quello che voglio quando vado al cinema.


Non sarò obiettivo, vi avverto, Volo mi risolleva le emozioni nei suoi film,ma soprattutto risolleva il gusto italiano che cola a picco con le varie commedie sexyfintoadolescenzialinatalizie, quindi state per leggere una recensione positiva.

Il dubbio.

Per tutto il film.

La vita, la propria compagna, un malore, la dignità e l'orgoglio di un uomo che forse non ha mai guardato oltre il proprio naso rappresentano il grande dubbio ma soprattuto le grandi frustrazioni del mondo odierno dove nessuno forse è più capace di godere delle proprie cose appassionatamente e nel modo più razionale.
Uno su due è la triste statistica medica di chi contrae tumori benigni o maligni e da questo Eugenio Cappuccio (Volevo solo dormirle addosso) prende spunto e costruisce la vita di un avvocato che cavalca il -quasi- successo e viene improvvisamente ridimensionato da un male che lo atterra, gli annebbia la vista e lo spedisce in ospedale in attesa di una prognosi che sembra non arrivare mai. Qui Lorenzo (Volo) conosce un altro uomo che gli aprirà gli occhi verso cose che prima non avrebbe mai considerato.
Volo, manco a dirlo continua a recitare splendidamente, se non si cade mai sul patetico è soprattutto grazie a lui, ed è appoggiato dal grande Ninetto Davoli (che tra l'altro qui, mi hanno fatto notare dopo, sembra Michele Placido) quasi irriconoscibile per la recitazione e il viso. E poi la donna a cui non riesco proprio a rimproverare poca grazia espressiva, Anita Caprioli, che al posto delle battute ci mette quell'espressione lì ogni volta; va bene così insomma.
Sullo sfondo, Genova, meravigliosa, a dire il vero in uno squarcio ben definito, quello del porto e del suo tramonto intenso.
Ciò che probabilmente mi ha colpito di più è la sceneggiatura, così fluida e scorrevole nei dialoghi e nello sviluppo di tutta la storia.

Tutto un pò surreale in alcuni tratti, Lorenzo è un personaggio molto forte, quasi scomodo, in contrasto con gli amici e tutti quelli che lo circondano, forse dotati di un'umanità di plastica che rende il rapporto un pò spigoloso.
Bella pellicola, bella descrizione del classico 40enne moderno, a tratti troppo impegnato, a tratti insensibile, che si risveglia dal coma soltanto quando è la natura a richiamarlo in maniera decisa alle emozioni e forse alle vere cose che riescono a tenerci vivi e commossi allo stesso tempo.

impariamo a fare tante cose nel mondo che non possiamo credere che esso poi possa sopravvivere alla nostra assenza.

10.3.07

Saturno Contro


Italia 2006 Colore, Drammatico.
Cast: Stefano Accorsi, Margherita Buy, Pierfrancesco Favino, Luca Argentero, Ambra Angiolini, Serra Yilmaz, Ennio Fantastichini, Isabella Ferrari, Filippo Timi, Michelangelo Tommaso, Milena Vukotic, Luigi Diberti, Lunetta Savino.
Regia: Ferzan Ozpetek.













Ozpetek è come Accorsi o la Mezzogiorno: Isterico.

Saturno Contro tuttavia non soffre ecessivamente della presenza di Accorsi e della sua innata capacità di far venire l'ansia dopo i primi 5 minuti di recitazione; quanto di eccessiva presunzione da parte di Ferzan che analizza la solita storia di un gruppo di amici dal suo solito punto di vista a mio avviso troppo pulito, troppo borghese.

Il gruppo analizzato dall'interno, come il bellissimo Fate Ignoranti, ma con eccessivo respiro probabilmente al cospetto del grande tema del dolore e della separazione. Maestria sulla scelta del cast a partire dai soliti Favino e Margherita Buy (compresa Ambra Angiolini che vi assicuro, dice veramente la sua) e maestria nelle riprese morbide, nella fotografia e nei tempi morti che danno profondità e attesa al punto giusto. Uno scheletro debole è invece la grande pecca di questa pellicola; inconcludente forse e privo di forza il tema principale, analizzato senza punti di vista e prese di posizione, lascia un pò l'amaro in bocca. Tutto troppo buono, troppo finto borghese, si perde proprio in una finzione che ormai sta proprio nel mondo "segreto e nascosto" di Ozpetek.
E nell'analisi dell'omosessualità sta francamente una grossa caduta di stile; il dramma di un padre che dinnanzi alla morte del figlio gay- quasi idealmente- lo perdona per non essere mai stato come un figlio "vero". Potrei avere inteso male, ma mi è sembrato un volere impietosire a tutti i costi lo spettatore.
E Lorenzo, pacato e gentile ma perennemente con Saturno contro, poco prima di andarsene pensa: «Non voglio sorprese, voglio che tutto rimanga come adesso, con i nostri amici, per sempre». Costante ricerca della normalità, troppo vuota, troppo debole; come il titolo d'altronde, che sinceramente non regge e non spiega la vera storia del gruppo di amici colpito improvvisamente dalla disgrazia.

E' ora che Ozpetek racconti un altro mondo.

Ai titoli di coda vi lascia un pò interdetti, e in ogni caso non posso sconsigliarlo. Bisogna guardare tutto. O quasi tutto. Fatevi un'idea, date un'occhiata.

post scriptum-per piacere, nessuno osi pensare lontanamente ad una sottile denuncia sulle coppie di fatto.Ozpetek non ne aveva intenzione e se per caso gli è passato per la testa, questo non è sicuramente il film giusto per fare politica spicciola.

4.3.07

RIAPERTURA

beh...non l'ho mai chiuso però tra poco rinizio a postare qualche recensione dai...

21.9.05

Million Dollar Baby

U.S.A., 2004, Drammatico
Cast: Clint Eastwood, Hilary Swank, Morgan Freeman, Jay Baruchel
Produzione: Malpaso Productions, Albert S. Ruddy Productions, Lakeshore Entertainment
Regia: Clint Eastwood



Capita davvero raramente di vedere un film sulla boxe e mettersi a piangere. Capita quasi mai di notare quanto Clint Eastwood sia sempre più vecchio e ancor più meraviglioso. Potrei stare ore a descrivere ogni singolo respiro di questo grande, storico attore, che varrebbe da solo la visione del film; ma proverò senza patetismi a spiegare con quanto classicismo e maestria Eastwood racconta questa struggente storia di rivincite sulla vita, di rimpianti e occasioni mai trovate. Punto.

Luce. Buio. Interni. Eastwood gioca su tre elementi chiave e costruisce due ore di intensità pura vecchio stile, ultimo esempio di cinema andato, che si avvale di presenze importanti come, in questo caso, Morgan Freeman, un uomo che in ambienti così tanto intimi ci sta perfettamente. In questo gioco di ombre in una Los Angeles atemporale, sporca e molto lontana dall’immaginario collettivo, si delinea la storia di Frankie Dunn (interpretato dallo stesso regista), vecchio manager e allenatore di boxe, che col vecchio amico Scrapt (Freeman), anch’egli ex-pugile, manda avanti una palestra. Dunn è un uomo introverso, scorbutico pieno di rimorsi per via del pugilato e per una famiglia che con gli anni si è sfasciata; la sua vita tuttavia verrà sconvolta dall’arrivo di Maggie (Hilary Swank), giovane trentenne con la passione per la boxe e una determinatezza che la porteranno, grazie a Dunn, ai vertici del pugilato mondiale. Le interpretazioni dei tre protagonisti si intrecciano e si sciolgono l’una all’altra perfettamente, portando lo spettatore lentamente ad una conoscenza profonda ed intima delle loro vite.

Eastwood è grande, classico, pungente e ancora “leoniano” per certi versi -“Il primo errore è che mi hai fatto una domanda, il secondo è che me ne hai fatto un’altra…”- nelle frasi, negli sguardi che tradiscono un’esperienza troppo profonda e in alcuni sconclusionati dialoghi col grande Freeman.
E poi Hilary Swank che -a parte il fisico impressionante- interpreta a perfezione la giovane Maggie, le dona la vitalità e la disperazione richiesti tenendo testa alla forza scenica di Eastwood ed incastrandosi con fermezza nella trama. Manco a dirlo Morgan Freeman non sgarra di un millimetro regalando persino la voice-over a tutto il film (scelta anch’essa scontata ma stilisticamente bellissima a parer mio).
Il regista sceglie di curare in maniera maniacale le personalità di ogni singolo personaggio; questa rappresenta una tra le tante interessanti scelte che portano ad una più larga veduta e aprono la strada a tematiche più complesse e che vanno oltre il semplice racconto di una vita dedicata alla boxe; Eastwood sfiora il tema dell’eutanasia, probabilmente in maniera del tutto consapevole, così come il tormentato problema religioso, offrendo a Frankie la soluzione di ogni cosa soltanto all’interno della propria coscienza. La religione non è una giusta via d’uscita quanto la coscienza di un uomo che trova la propria salvezza nelle sue mani e nelle sue scelte; Frankie ha avuto a che fare con queste cose per tutta la vita e il regista preme molto su questo aspetto e sulla disperazione che ne deriva, il che diviene quasi un punto cardine del film.

La messa in scena è eccellente e allo stesso tempo, passatemi il termine, convenzionale nella scelta dei chiaro scuri, di una fotografia del tutto limpida e di una costruzione che se vogliamo ha poco di innovativo (mi ripeto, l’utilizzo della voice-over) ma nel complesso rappresenta quello che di più genuino può offrire Hollywood negli ultimi tempi. Ultima nota, la splendida colonna sonora curata manco a dirlo dallo stesso Clint. Sia chiaro, non aspettatevi grandi conquiste e sequenze degne del peggior filmaccio filo-americano; gli eroi cinematografici, come ha detto qualcuno, ci sono già stati e Eastwood lo sa. Gran film, immenso Eastwood.

12.8.05

Batman Begins

U.S.A., 2005, Azione
Cast: Christian Bale, Michael Caine, Liam Neeson, Morgan Freeman, Gary Oldman, Ken Watanabe, Katie Holmes, Cillian Murphy, Tom Wilkinson, Rutger Hauer
Produzione: Warner Bros., Di Bonaventura Pictures
Regia: Christopher Nolan



Ben lungi dalla trasposizione eccelsa di Burton, Nolan confeziona il quinto Batman sapientemente e una spanna sopra il primo pipistrello kitch ed eccessivamente barocco di Joel Shumacher (che pure non mi è mai dispiaciuto) e l’orripilante seguito (Batman & Robin) che francamente poteva anche non essere mai girato.
Christian Bale viene doppiato da cani ma risulta uno dei migliori Bruce Wayne per conformazione ed espressività in una Gotham che non è l’affascinante e gotica città Burtoniana che abbiamo tanto amato, ma appare sicuramente più reale, frenetica, meno introversa e sicuramente meno fumettistica di quella creata da Schumacher.
Se il Batman che tutti si aspettano deve essere decadente, pauroso e un pizzico dark, stavolta Nolan compie un passo in avanti rispetto al predecessore, creando una storia che incuriosisce e colpisce per la buona sceneggiatura (David Goyer) che si discosta dal solito, monotono Batman e sorprende anche grazie all’utilizzo ripetuto di accurate riprese in soggettiva e semi-soggettiva che aumentano la frenesia dell’azione e la fluidità di alcune scene (alcuni combattimenti sono praticamente “invisibili”!).
Mi chiedo se il vero Batman cinematografico resti quello di Tim Burton e la risposta alla fine è la stessa; nonostante gli sforzi e l’apprezzabile lavoro di Nolan, il capolavoro resta il primo episodio, denso di oscurità, introspezione e quel tocco inconfondibile che hanno reso il regista un mago di storie visionarie e fantascientifiche. Comunque lo sforzo è notevole e il pipistrello questa volta affascina molto di più degli infelici episodi precedenti; non sto qui a lodare uno dei miei attori preferiti quale è Bale, che avrebbe vestito perfettamente anche la tuta del primo Batman, e non sto nemmeno a dirvi quanto ritengo deliziosa Katie Holmes che, non sfora nemmeno di un po’ nella sua piccola parte e risulta mai invadente nel corso della storia; è invece importante analizzare le sfumature umane e psicologiche del nuovo personaggio costruito all’interno del super eroe. Tutta la storia si costruisce intorno alle fobie, all’uomo e alle sue paure e Batman non è più molto distante dai comuni mortali, anzi riflette perfettamente i sintomi del nostro millennio e le battaglie a cui la mente umana si sottopone quotidianamente.
Nolan, che, con Memento ha dimostrato di saperci fare parecchio con le distorsioni mentali delinea ogni personaggio con cura e costruisce i dialoghi –tranne qualche sbavatura direi “scontata”- in maniera impeccabile tanto da reggere senza problemi la trama e rendere ogni situazione pregnante e piena di spunti. E l’interpretazione di Bale copre un ruolo fondamentale senza rischiare mai di diventare la solita caricatura dell’uomo pipistrello, vestendo i panni di un eroe terreno, pieno di paure, sin dal principio, quando, molti anni dopo la morte dei genitori, in preda allo sconforto e ai sensi di colpa si trova a vagabondare fino ad un carcere dell’Himalaia dove conosce il suo futuro maestro, Ducard (Liam Neeson) che lo condurrà dal grande Ra’s Al Ghul; qui Bruce Wayne imparerà l’arte Ninja attraverso una dottrina che insegna a distruggere le proprie fobie e una filosofia che studia le menti criminali. Rientrato a Gotham, Bruce farà sua la dottrina della paura e utilizzerà per la lotta alla violenza, una figura che ha sempre odiato e di cui ha avuto terrore sin da bambino: il pipistrello.
Nolan compie un gran lavoro e costruisce un film sicuramente piacevole ma soprattutto dona linfa vitale ad una saga che ormai non aveva più nulla da dire e anzi era andata fin troppo in basso.

2.8.05

L'uomo senza sonno

Spagna, 2004, Thriller, 102'
Cast: Christian Bale, Jennifer Jason Leigh, Aitana Sánchez-Gijón, John Sharian, Michael Ironside
Produzione: Julio Fernández
Regia: Brad Anderson



Risulta quasi scontato dire che l'interpretazione di Christian Bale letteralmente impressiona ed è il punto di forza di un film e di un'idea che meglio non potevano essere sviluppati. Asfissiante la trama, sporche e avvolgenti le ambientazioni cosi come l'eccellente fotografia che accentua ancor di più i solchi nel viso di Trevor, segnato dall'insonnia, dal lavoro massacrante e da gli spettri che torturano continuamente la sua vita. Tecnicamente e visivamente impeccabile viene aiutato da una sceneggiatura che ciondola tra realtà e schizofrenia e che ricorda più volte quanto la mente possa venire modificata e l'uomo rinchiuso dentro le proprie fobie. Bale dimagrisce di ben 30 chili e scompare completamente nel personaggio, fino a dar quasi fastidio per i movimenti lenti, una rassegnazione al suo stato di deperimento e le parole strascicate che sembrano rivelare verità da un momento all'altro.
Brad Anderson (già in "Session9") cura moltissimo le ambientazioni che ricordano molto le foreste umide e desolate del Canada e soprattuto i dialoghi e la scelta dei personaggi, allucinati quanto tutto il film. Trevor combatte contro quello che lo circonda, la fabbrica che cade a pezzi, le sue paure, il sonno che non arriva. Ritmo lento, denso di spazi, silenzi, corpi che vengono analizzati fino all'ansia; e questi elementi vengono gestiti con decisione in modo quasi legato, che non vuole esplodere fino alla fine. Fine che probabilmente non vi stupirà completamente. Comunque una trama intelligente che non scade nel solito tentativo di generare incomprensione e mettere troppa carne al fuoco per niente.
Le interpretazioni restano comunque il gioiello di questa pellicola; Christian Bale interpreta perfettamente Trevor, che non riesce a dormire da un anno, si allontana sempre di più dalla società che vede sempre più aliena, viene allontanato dai colleghi che lo vedono sempre più estraneo e ipnotico e sempre più consapevole di quale è realmente il male che distrugge la sua mente e il suo fisico. E tutto scorre verso un finale denso e inesorabile dove la disperazione di Trevor comunica la più grande inquietudine.
Anderson comunque gioca molto sugli spazi, sulle luci, e le frasi sussurrate (non sempre all'altezza in verità). Malsano e intenso The Machinist (complimenti al solito cambio titolo) va gustato con attenzione.